I soldi fanno la felicità?

La questione  se il denaro faccia o no la felicità non è nuova. Essa  rappresenta argomento di frequente discussione anche sui mass media.
Le radici dell’eccessivo attaccamento al denaro e il bisogno coatto di accumularlo a volte senza neanche la voglia di goderne i benefici sono alquanto lontane e profonde.
Uno dei primi strani attaccamenti a un oggetto – strani perché incomprensibili razionalmente – è quello del bambino che si affeziona a un oggetto qualsiasi, sia pure un pezzetto della tappezzeria di casa, furtivamente strappato al momento di andare all’asilo. Non si tratta di qualcosa che per il piccolo abbia un vero e proprio significato di amuleto o di talismano, bensì di ciò che agli psicologi dell’età evolutiva è noto come “oggetto transizionale”.
E’ come se il bambino, nell’allontanarsi dalla madre e dalla casa paterna, si volesse consolare con qualcosa che abbia a che fare con l’abitazione della sua famiglia.
Per quanto il salto possa apparire arbitrario a chi non abbia familiarità con i fenomeni della nostra psiche, l’accumulo di beni e in particolare di denaro può avere un significato analogo  a quello dell’oggetto transizionale, giacché agli studiosi del profondo della nostra psiche spesso risulta connesso con carenze affettive.
Per avere un’idea di tali carenze, anche se non specialmente, in famiglie benestanti, basti pensare che nelle famiglie di un certo ceto, dove il padre è tutto preso dal raggiungimento del massimo prestigio sociale, dalla sua professione, da impegni che non gli consentono di seguire i figli, mentre la madre per motivi personali e anche per i suoi impegni extrafamiliari, suole affidare i figli a una o più baby sitter,
Capita abbastanza spesso che questa accudente, prima o poi, lascia  i piccoli che intanto si erano affezionati a lei. e, quindi, non sarà facile per loro farsene una ragione ed elaborarne il lutto. E qualora ragionevolmente si rassegnassero, emotivamente ne soffrirebbero ugualmente, L’espressione popolare.”Al cuore non si comanda” potrà confermare quanto gli psicologi dell’età evolutiva sanno.
Inoltre, il denaro, che si presenta come l’oggetto grazie al quale si può avere cibo e potere, nel possedere caratteristiche, che sarebbero proprie dei genitori, si presenta come “oggetto soterico”, cioè che induce alla ricerca ossessiva di oggetti e situazioni rassicuranti nei confronti dell’angoscia. Nello stesso tempo, questa specie di ricerca chimerica, viene alimentata dalla speranza di acquisire beni, denaro e invidiabile status sociale. Questo perché la psiche è  particolarmente propensa a simbolizzare qualcosa che abbia in comune suggestive analogie con  un oggetto (abitazione familiare) o persone (genitori) a cui si è particolarmente emotivamente legati. E’ come se l’oggetto soterico desse a intendere che il simbolizzato sia l’equivalente dell’originario.
L’affannosa dinamica che induce a spendere le proprie risorse per tutta la vita  con lo scopo di accumulare beni, denaro e status sociale è non di rado aggravata da complessi di inferiorità e conseguente tendenza compulsiva alla “sovracompensazione” (Alfred Adler)
A questo punto, dovrebbe risultare chiaro che chi soffre di mancanza d’affetto, e si mostra tutto preso da una frenetica attività redditizia o/e da hobby da ricchi, in fondo, sta cercando di nascondere a se stesso e agli altri l’angoscia per il distacco e l’abbandono, a volte vissuto come tradimento che, in fondo, lo attanaglia.
Preso anche dalla pulsione di apparire al disopra di quanti più concorrenti-arrivisti possibile, cercherà di lenire l’angoscia provocando in loro rosicante invidia.
Ancora una volta, un proverbio ci offre una significativa espressione: “Le apparenze spesso ingannano!” e il ricco materialmente, spesso avaro, essenzialmente è un povero di affetti che non ha avuto e non sarà in grado neanche di dare.

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