La fine degli stati sovrani
(da “Il racconto dell’uomo” di Arnold J. Toynbee*, 1974)
All’alba della civiltà la produttività fu accresciuta attraverso la bonifica e l’irrigazione delle paludi incolte nel basso bacino del Tigri e dell’Eufrate e di quello del Nilo, imprese che richiesero però uno sviluppo delle attività tecnologiche, che a loro a volta imposero un aumento della forza numerica delle comunità, aumento che superò di molto i limiti di una socialità fondata sulle relazioni interpersonali tra i membri della società stessa. Quando le esigenze della tecnologia costrinsero i fondatori delle più antiche civiltà a raccogliere la mano d’opera in quantità eccedente gli stretti limiti delle comunità precivili, questi inventarono un nuovo dispositivo sociale: le istituzioni interpersonali che potevano dar vita a comunità più vaste in quanto erano in grado di produrre collaborazione tra esseri umani che non avevano alcun rapporto interpersonale tra loro. Tuttavia le relazioni sociali istituzionalizzate sono insieme formali e fragili, e gli esseri umani non sono mai stati a loro agio in queste condizioni come lo sono nelle relazioni interpersonali. Vi è inoltre sempre il rischio che le istituzioni perdano il controllo e si deteriorino, e quindi le autorità preposte alla loro conservazione subiscono la costante tentazione di fare ricorso alla coercizione per sostituire quella collaborazione spontanea che le istituzioni non riescono a sollecitare.
Fin dall’alba delle civiltà, l’istituzione principale dell’uomo è stata rappresentata dagli stati – al plurale, non al singolare perché a tutt’oggi non è mai esistito un unico stato che abbracciasse una generazione di viventi su tutto il globo. Si sono invece avuti sempre numerosi stati coesistenti l’uno accanto all’altro e, a differenza dei gruppi paleolitici e delle comunità di villaggio neolitiche, gli stati dell’era civile non sono rimasti isolati l’uno dall’altro ma anzi si sono scontrati, e queste collisioni hanno portato alle guerre, uno dei mali della civiltà.
Il tipo di stato tradizionale fu quello sovrano su area locale giustapposto a numerosi altri stati suoi affini. Nell’ecumene universale dei nostri giorni se ne contano circa 170 e la sua configurazione politica è quindi uguale a quella di Sumer del terzo millennio avanti Cristo.
Gli stati sovrani locali sono un’istituzione impacciata, sbilanciata tra due poli. Persino una città-stato, per non parlare di uno stato nazionale, o di una federazione delle due forme precedenti, è troppo vasta perché si possa fondare socialmente su quelle relazioni interpersonali in cui gli uomini si sentano a proprio agio. D’altro canto, anche il più vasto stato locale rimane pur sempre una delle tante compagini affini: è in grado di muover guerra ma non di garantire la pace. In ogni luogo e tempo in cui si è avuta una costellazione di stati sovrani locali giustapposti tra loro, essi hanno sempre finito col farsi guerra e, per il passato, la guerra si è sempre conclusa con l’imposizione della pace per mezzo dell’instaurazione forzata di un impero che abbracciava quella parte dell’ecumene che rientrava nei confini della parte sconfitta degli stati locali belligeranti. La civiltà egiziana dei faraoni rappresentò un’eccezione, essendo stata unificata politicamente con la forza all’alba della sua storia, senza la prolungata fase iniziale di guerra tra stati locali. È significativo che questa civiltà sia stata poi la più stabile e la più duratura tra tutte quelle finora sorte.
L’attuale insieme globale di stati sovrani locali non è in grado di conservare la pace, né è in grado di salvare la biosfera dall’inquinamento provocato dall’uomo o di conservarne le riserve naturali non ricostituibili.
L’anarchia universale, sul piano politico, non può durare più a lungo in un’ecumene che peraltro si è già trasformata in unità dal punto di vista tecnologico ed economico. Quella che negli ultimi cinquemila anni si è rivelata indispensabile e negli ultimi cento anni è risultata fattibile sul piano tecnologico, ma non ancora su quello politico, è la costituzione di un corpo politico universale, costituito da cellule delle dimensioni delle comunità di villaggio neolitiche – una dimensione entro la quale i membri possano conoscersi personalmente, e nel contempo ciascuno di essi possa essere anche cittadino di uno stato mondiale. Ma l’ecumene non può essere unificata politicamente attraverso il metodo tradizionale, barbaro e disastroso, della conquista militare.
[..] La storia del passato sumerico, ellenico, cinese e medievale italiano dimostra come una costellazione di stati sovrani locali non può rappresentare altro che un’effimera sistemazione politica. In un’età in cui l’umanità ha acquisito il dominio della potenza nucleare, l’unificazione politica può realizzarsi solo spontaneamente, e poiché è evidente che questa soluzione sarebbe accettata controvoglia, sembra probabile che sarà rimandata fino a quando l’umanità non si sarà tirata addosso catastrofi ulteriori e di tale ampiezza da indurla ad accettare in ultima istanza l’unione politica mondiale come un male minore.
Più tardi divenne docente di letteratura bizantina all’università di Londra e direttore dell’istituto di studi internazionali. Tra le sue numerose opere: “Civilization on Trial” (1948) ed il monumentale “A study of History” (1934-1954)
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