Per non continuare a levare l’acqua con il paniere
di Pier Luigi Lando, Roma 6 Novembre 2007
Sul piano teorico, non sarebbe difficile incontrare l’ accordo di tanti sul fatto che, per affrontare razionalmente un problema, si richiederebbe la sua completa conoscenza.
E’ sotto gli occhi di tutti, però, che di fronte a tanti sconvolgenti fatti della nostra sempre più violenta quotidianità, ci si comporta come il cane che se la prende con la pietra lanciategli contro. In ogni caso, di solito, ricorrendo a provvedimenti tampone, mentre i soggetti in età evolutiva subiscono trattamenti cosiddetti educativi che genereranno analoghi problemi fra qualche tempo.
Si reagisce con moralismo forcaiolo e molti propongono, quando non esigono in modo assoluto, pene più severe e, soprattutto, la certezza della pena.
Perfino per la indisciplina scolastica, si richiedono provvedimenti severi.
In proposito, la conoscenza di ben consolidati studi di dinamica di gruppo, ci informano che un insieme, come quello di una scolaresca, potrà funzionare secondo la dinamica del gruppo di lavoro (il funzionamento coincide con le ragioni di formazione del gruppo) se non si supera di molto il numero di dieci, allorché il gruppo sarà di attacco e fuga, cioè prevale l’aggressività ( altro che 8 in condotta, come rimedio!).
Di fondamentale importanza, la preparazione dei docenti come conduttori di gruppo,
oltre all’opportunità che gli stessi abbiano avviato a soluzione i propri quasi sempre immancabili problemi psicoemotivi e relazionali, magari partecipando a gruppi di cambiamento sociale, gruppi -problema ecc. I corsi di laurea possono addirittura aggravare la situazione relazionale quando la motivazione di fondo è di potere.
L’instaurazione di un rapporto di prepotenza, rischia di provocare una reazione di contropotere, se l’organismo del soggetto non è disposto a investire in somatizzazioni o in sottostanti cariche di tensione psicoemotiva o a gestire per delega la sua reazione rabbiosa.
Una pregiudiziale alla comprensione di tali fatti, sembra dovuta alla nostra tradizionale tendenza a considerare ogni comportamento dei nostri simili in senso individualistico, giacché si attinge ancora ed esclusivamente a criteri che ci provengono dalla cultura medico-clinica (sano/malato); giuridica (Innocente/colpevole); etico/religiosa (giusto o peccatore), comunque non secondo conoscenze di dinamica psico-sociale (di coppia, di gruppo ecc.,).
Eppure, ormai è più di mezzo secolo che si conoscono dinamiche familiari che producono, in analogia a dinamiche di gruppo che generano il capro espiatorio, il cosiddetto paziente designato.
Secondo queste chiavi di lettura, ad es., si potrà comprendere come un elemento di un gruppo familiare, dove le tensioni sono ben controllate, dissimulate, sino a qualche giorno prima, apparentemente tranquillo, composto da seri lavoratori, dia in escandescenze sparando all’impazzata sulla malcapitata folla inerme.
Nella mia esperienza in ospedale psichiatrico i cui ospiti (considerati crudamente da alcuni benpensanti come spazzatura umana) avevano commesso gravi delitti, ricordo come fosse particolarmente stressante il nostro rapporto con i familiari dei ricoverati. Non solo, ma quando alcuni di quei ricoverati “compensati” tornavano da un breve permesso in famiglia, spesso era necessario ricorrere ai mezzi di contenzione.
Insomma, appare sempre più evidente che il componente che presenta problemi psicoemotivi anche molto gravi, è una specie di delegato di gruppo.
Nei casi in cui si riesce a convincere gli altri componenti, apparentemente sani e tranquilli, a scaricare le proprie tensioni, la situazione dell’esagitato ha buone possibilità di rientrare in limiti accettabili.
Il depresso è tra i più carichi di tensione, di rabbia repressa che potrà scaricare su se stesso o su altri, comunque rendendo il clima familiare estremamente stressante.
Per semplice esperienza si potrebbe riconoscere che il cervello umano e specialmente quello in età evolutiva, a differenza di quello elettronico, tende spesso a rigettare ciò che viene imposto e una volta “belvizzato” non esiste una belva più belva dell’Homo sapiens.
La storia, specialmente quella anamnestica, di tanti tiranni docet!
Scientificamente, si sa che nel nostro cervello c’è un complicato sistema d’allarme e, una volta iperattivato, tende a provocare rapporti di tensione per tutta la vita, non sopporta il quieto vivere. Inoltre, se sin da piccolo ha appreso che, per mantenere il rapporto con le figure più essenziali per la propria sopravvivenza, ha dovuto pagare lo scotto di succube, per lui/lei subire violenze diviene una specie di moneta di scambio anche nei successivi rapporti. Ecco perché le punizioni severe, la certezza della pena non funziona come deterrente laddove vige la pena di morte, si praticano le torture e via di questo passo. Considerazioni come queste possono spiegare perché la donna a volte potrà deludere chi se l’aspetta dolce e angelica perché tradizionalmente essa è stata più soggetta a metodi severi. Ragion per cui in lei potrà risultare più marcata la generale tendenza a ribaltare la situazione sofferta nei primi anni di vita, più esasperata la voglia di avere giustizia, cioè vendetta.
Roma, 6 novembre 2007
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