Frontiera
(di Pasquale Mongillo)
Lungo la frontiera
Lungo la frontiera
il confine è sancito
il limite è impresso.
Lungo la frontiera
appartieni a quella linea immaginaria
che separa, che identifica, che allontana.
Lungo la frontiera
la vita scorre
entro argini territoriali immobili, perenni.
Lungo la frontiera
la libertà è soffocata
nell’angusto spazio che le è concesso.
Lungo la frontiera
le idee si diffondono
tra le menti che l’attraversano
mentre corpi pesanti tentano la fuga.
Lungo la frontiera
la metamorfosi è vana
il diritto circoscritto
hai paura
eppure non hai colpe.
Lungo la frontiera
ti senti isolato
sovrano del nulla e dal nulla sommerso.
Lungo la frontiera
la felicità è morta
assieme a quegli sconosciuti
ingoiati tra le pieghe di questa società.
Con parole mie
Le mie parole, affilate
hanno offeso il potere.
Con parole mie
ho trafitto gli intoccabili.
Con parole mie
ho armato menti spente
ho schiuso i petali di vite sonnolenti.
Con parole mie
ho immaginato altre parole
fiorire nel giardino dell’utopia
sbocciare sovrani pensieri.
Con parole mie
ho respirato fugace una nuova linfa
ho voltato le spalle alla brutalità
il mio corpo, non i miei ideali
ho abbandonato nelle mani dell’autocrate.
Con parole mie
ho scritto dell’oppressione e dell’ingiustizia
ho tinteggiato le pagine della mia terra
voci dissonanti hanno cantato
un coro stonato
sfuggito al rigo musicale.
Con parole mie
ho sanguinato sull’altare della libertà
lacrime nere hanno rigato il mio volto
celato e dimenticato dietro le sbarre
di questa ottusa prigione
e quando l’ultima foglia è caduta
ho gridato il mio prolungato silenzio.
Le mie parole, iridate
ho affidato ai miei figli.
La memoria che resta
Schiene curve e pesanti
fronti ingemmate di sudore
quando si lavorava da sole a sole
palcoscenico di un passato disabitato
squarcio odierno di nuovi migranti a colori
comparsi dalla miseria di altre parti del mondo.
Fluttuano nell’etereo velo eburneo
apparenze di volti e mani
stalle e strade
campi e vigne
povere stanze nude.
E la terra natìa?
Inghiotte e prosciuga la vitalità
torna nelle voci
nei racconti
nelle parole dei testimoni di ogni tempo.
Un paesaggio umano
evoca l’emozione di un’epoca
dischiude l’uscio alla riflessione
su ciò che l’esilio porta
intenso o negato dentro.
Lunghe file di emigranti nelle stazioni
treni per le fabbriche
il paradiso.
Echi della storia
ansie e ribellioni
sogni e solidarietà.
Fatica.
Vessazioni.
Quotidianità.
Presenze incessanti
tracce e segni
di un trascorso smanioso di futuro.
Un ruggito soffocato
silenzioso si eleva
rende perpetuo il coro
di quegli uomini tutti afoni.
torna a Poesia e rivoluzione
