Un capitolo di igiene artistica
da “L’arte dell’ozio” di Hermann Hesse
Quanto più la prepotente attività industriale priva di gusto e tradizione ha assimilato anche il lavoro intellettuale, e quanto più zelanti si sono fatti gli sforzi delle scienze e della scuola nel derubarci della nostra libertà e della nostra personalità, inculcandoci fin dai più teneri anni l’ideale di uno sforzo coatto ed ansioso, tanto più l’arte dell’ozio, accanto ad altre arti passate di moda, è andata in rovina, ha perso credito ed è caduto in disuso.
Non che noi ne fossimo mai stati grandi maestri!
Nel mondo occidentale, l’ozio elevato ad arte è stato praticato in tutti i tempi solo da innocui dilettanti.
Tanto più meraviglia il fatto che ai nostri giorni, quando un così gran numero di persone rivolge sguardi nostalgici verso Oriente e con non pochi sforzi aspira ad assimilare un po’ di felicità da Siraz e Bagdad, un po’ di cultura e tradizione dell’India e un po’ di serietà e profondità dai santuari di Buddha, capita solo di rado che qualcuno stenda la mano verso ciò che è più vita e cerchi di afferrare parte di quel fascino che, mentre leggiamo i racconti orientali, sentiamo spirare verso di noi, dai cortili dei palazzi mori rinfrescati dalle fontane.
Com’è mai possibile che così tanti fra noi non traggano un singolare senso di gioia e diletto da codesti libri di novelle, dalle Mille e una notte, dai racconti popolari turchi e dal delizioso Libro del Pappagallo, il decamerone della letteratura orientale?
Come mai un giovane poeta così raffinato e originale come Paul Ernst ha seguito, nella sua Principessa d’Oriente, tali antiche orme?
Come mai Oscar Wilde ha scelto di preferenza questo rifugio per la sua fantasia sovraffaticata?
Se vogliamo essere sinceri, a prescindere dai quei due o tre studiosi orientalisti, dobbiamo ammettere che per noi i ponderosi volumi delle Mille e una notte come contenuto non reggono il confronto con una sola delle fiabe dei Fratelli Grimm o una sole delle saghe cristiane medievali.
Tuttavia li leggiamo con gusto, e di lì a poco li dimentichiamo, essendo ciascuna di quelle storie così fraternamente simile alle altre , e torniamo poi a leggerli con eguale piacere.
Come si spiega ciò?
Si ama ascrivere questo fatto all’affascinante e raffinata novellistica orientale.
Ma così facendo sopravvalutiamo il nostro stesso giudizio estetico: se infatti, disgraziatamente, stimiamo tanto poco quei rari, genuini talenti narrativi della nostra letteratura, perché mai dovremmo rincorrere quelli stranieri?
Non si tratta quindi del piacere del novellare in sé, o quantomeno non solo di questo.
Nei confronti di quest’arte in generale dimostriamo invero ben poca sensibilità; quando leggiamo quelle novelle, oltre al mero contenuto, cerchiamo in verità solo stimoli psicologici e sentimentali.
Sullo sfondo di quell’arte, che ci avvince con un fascino così potente, figura principalmente l’indolenza orientale, vale a dire l’ozio sviluppato, padroneggiato e assaporato con gusto fino a diventare arte.
Quando giunge il momento più avvincente della fiaba, il narratore arabo ha sempre ancora tempo in abbondanza per raffigurare, fin nei minimi particolari, una tenda reale color porpora, una gualdrappa ricavata e ornata di pietre preziose, le virtù di un derviscio o la perfezione di un vero saggio.
Prima di dare la parola al suo principe o alla sua principessa, egli ci descrive con grande minuzia il color rosso e la linea sinuosa delle loro labbra, lo splendore e la forma dei loro denti bianchi, l’incanto dello sguardo ardito e fiammeggiante o pudico e abbassato, così come il gesto della mano fine, di un bianco immacolato e sulla quale unghie rose opalescenti delle dita fanno a gara con il fulgore degli anelli cosparsi di gemme.
E l’ascoltatore non conoscendo l’impazienza e l’avidità del lettore moderno non lo interrompe ma ascolta con lo stesso entusiasmo e piacere tanto le qualità di un vegliardo eremita quanto le gioie amorose di un giovane o il suicidio di un visir caduto in disgrazia.
Nel leggere quelle novelle proviamo costantemente un senso di nostalgia e di invidia: questa gente ha tempo?
Un sacco di tempo!
Può impiegare un giorno ed una notte a stabilire una nuova similitudine per l’avvenenza di una bella o per l’infamia di uno scellerato!
E quando, la sera, una storia incominciata a raccontare verso mezzogiorno è giunta solo a metà, gli ascoltatori si coricano tranquilli, recitano la loro preghiera e cercano il sonno ringraziando Allah, perché domani sarà un altro giorno.
Quanto a tempo, essi sono milionari, e attingono come a un pozzo senza fondo, senza preoccuparsi eccessivamente di perdere un’ora, un giorno, una settimana.
E mentre noi leggiamo quelle strane fiabe e novelle infinite, intrecciate l’una nell’altra, diventiamo a nostra volta singolarmente pazienti e ci auguriamo che non finiscano mai, perché per alcuni istanti siamo caduti in balia del grande incantesimo- la divinità dell’ozio ci ha toccati con la sua bacchetta magica.
Gran parte di quell’infinita schiera di persone che negli ultimi tempi, così stanca e credente, ha compiuto un pellegrinaggio a ritroso fino alla culla natia dell’umanità e della cultura, gettandosi ai piedi del grande Confucio e del grande Laotzu, è semplicemente animata da una profonda nostalgia di quell’ozio divino.
Cosa è il fascino di Bacco che libera dagli affanni in confronto al profondo riposo di colui che fugge il mondo mentre, seduto sul crinale di un monte, contempla l’orbita della propria ombra e perde l’anima nell’ascolto del ritmo costante, sommesso e inebriante dei soli e delle lune che ruotano sopra di lui?
Noi poveri occidentali abbiamo ridotto il tempo a minuscoli e minimi brandelli, di cui ciascuno conserva ancora il valore di una moneta; là invece esso continua a fluire indiviso, in una perenne corrente di flutti sufficiente a soddisfare la sete di un mondo intero, inesauribile come il sale del mare e la luce degli astri.
Lungi da me voler dare un consiglio qualsiasi all’attività della nostra industria e della nostra scienza che fagocitano l’individualità.
Se l’industria e la scienza non hanno più bisogno di personalità individuali, che ne facciano pure a meno .
Noi artisti, però, che in mezzo alla grande bancarotta della cultura abitiamo un’isola nella quale le condizioni di vita sono ancora discretamente sopportabili, dobbiamo obbedire come un tempo ad altre leggi.
Per noi, la personalità non è un lusso, bensì condizione esistenziale, aria vitale, capitale irrinunciabile.
Per artisti intendo tutti coloro che provano il bisogno e la necessità di sentirsi vivere e crescere, di essere coscienti dei fondamenti delle proprie energie e di costruire se stessi secondo leggi congenite, non compiendo quindi alcuna attività ed espressione vitale subordinata che, per sua natura e per i suoi effetti, non abbia nei confronti di quei fondamenti lo stesso rapporto chiaro e significativo di quello che in una buona costruzione intercorre fra volta e muro, fra tetto e pilastro.
Ma fin dalle origini gli artisti hanno sempre avuto bisogno di momenti d’ozio, in parte per chiarirsi nuove conoscenze e portare a maturazione il lavoro inconscio, in parte per riavvicinarsi ogni volta, con disinteressato fervore , al mondo naturale, diventando nuovamente bambini, sentendosi di nuovo amici e fratelli della terra, della pianta, della roccia e della nube.
(……….)
…il mio animo germanico, solitamente immacolato, guarda con invidia e nostalgia alla madre Asia, dove un esercito secolare è riuscito a conferire alla condizione apparentemente informe dell’esistenza e dell’ozio vegetativi un certo ordine e un ritmo nobilitante.
Posso affermare senza vanagloria di avere impiegato molto tempo a occuparmi in maniera sperimentale del problema attinente a quest’arte.
Rimando a un futuro, specifico lavoro l’illustrazione delle mie esperienze acquisite in materia- basti la mia assicurazione che, in tempi critici, ho quasi imparato a praticare il far niente con metodo e grande diletto.
Tuttavia, affinchè eventuali artisti tra i lettori anziché passare a loro volta al poltrire metodico non distolgano lo sguardo, delusi come da un ciarlatano, sintetizzerò in poche frasi il mio primo periodo di apprendistato nel tempio di quest’arte.
- Un giorno, spinto da un vago presentimento, presi dalla biblioteca le edizioni tedesche più complete delle Mille e una notte e de I viaggi di Sajidbatthal, e mi sedetti a leggere- dopo un breve piacere iniziale, più o meno al termine di una giornata, le trovai entrambe noiose.
- Riflettendo sui motivi di quell’insuccesso compresi infine che quei libri possono essere letti solo ed esclusivamente in posizione coricata o se non altro stando seduti a terra. La sedia occidentale che costringe ad una posizione retta li priva di ogni efficacia. Fra l’altro incominciai a comprendere per la prima volta la prospettiva assolutamente differente dello spazio e degli oggetti che si acquista da una posizione sdraiata o accovacciata.
- Ben presto scoprii che l’effetto dell’atmosfera orientale raddoppiava se, anziché leggerlo io stesso, facevo leggere qualcun altro (occorre tuttavia che anche chi legge stia sdraiato o accoccolato).
- La lettura ora praticata finalmente in modo razionale produsse ben presto in me una sensazione di spettatore rassegnato che di lì a poco mi rese possibile, anche senza lettura, di rimanere in una posizione di quiete per ore intere, rivolgendo la mia attenzione ad oggetti apparentemente insignificanti ( le leggi che regolano il volo delle zanzare, il ritmo dei pulviscoli nel sole, la melodia delle onde sonore, eccetera). Ne derivò un crescente stupore circa la molteplicità degli avvenimenti e un totale, tranquillizzante oblio di me stesso, con cui mi assicurai le basi per un salutare, mai noioso far niente.
Questo fu l’inizio.
Altri sceglieranno altri percorsi per immergersi dalla vita cosciente nelle ore dimentiche di se stessi tanto necessarie agli artisti e tanto ardue da raggiungere.
Se il mio suggerimento dovesse invitare un maestro occidentale dell’ozio effettivamente esistente a parlare e a render noto il suo sistema, vedrei esaudito il mio più fervido desiderio.
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