La storia inizia indietro

la storia inizia indietro,
pianti neonati in una villetta sudamericana,
lumache alle pareti,
bianche e scrostate
con l’atlantico ai piedi.
“dov’è papà?”,
“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava
già sballottato di mano in mano…

gli aquiloni, con quel vento lì,
un tiro alla fune verso l’alto.
manca la stretta sicura,
un dubbio che mi porto da sempre,
una risposta persa tra la sabbia fine.
“cosa aspetti a tornare a casa?”
corrono le piccole gambe,
corrono i giorni da rito uguali.

la finestra sorride al poco verde
– ora – stretto tra mura di polveri.
dov’è la ciclabile?”, e “quel tram che mi salutava?”
e “l’adolescente che scalava la vetta della vita?”
si affaccia da altri balconi,
la Milano volgare,
incancrenisce immagini
di figurine, copie di abitanti.

l’onda mi veniva incontro,
amica nel gioco dello spruzzo.
il Corcovado ci abbracciava
con il calore, colori della gioia.
non sapevo di povertà.
non sapevo di sifilide.
non sapevo di multinazionali.
sapevo di essere felice.

il grigiore di un open space
in finte periferie adornate
con lampioni simil Versailles, sparuti
come bianchi cigni stagnanti di contorno
a quattro sedie thonet da bar.
che ti va di prendere?”
per ammazzare la noia
del pre solarium chè
nuovi raggi anticipano il sereno.

la strada saliva tortuosa,
un chiosco di banane – pit stop –
anticipava la vista del Cristo.
le vie sono tutte uguali, oggi,
una foto sbiadita qua e là
segna un percorso di croci
e quel Padre l’ho perso
nell’infanzia della mente.

hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo.
hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre.
ora capisco la congiunzione degli intenti,
figlia della rabbia disperata
rassegnata al voto di castità
come appartenere, essere in questo mondo
e avvertirne il recinto
perché fuori è buio pesto.

il tempo aiuta a morire.
“che ore sono?”,
il ricordo è vita a ritroso
come quando torni sui tuoi passi,
come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
la storia inizia indietro.

  • Fabio Martini ha detto:

    l’amico saya (marco me lo permetti vero di chiamarti amico…) che conosco non di persona ma spesso scambiato opinioni per telefono (specie in un certo periodo) lo riconosco sempre nelle sue poesie, dovessi perfino non saperne l’autore lo riconoscerei… certo in questa autobiografica ci ritrovo il piacer della lettura di una poesia quasi pavesiana laddove il racconto si mischia a parole in rima a dondolarsi semplicemente nel poetico e lì la leggo ancor più con piacere. Saya non è cosa da poco… ed ogni volta lo dimostra.

  • Giorgio Menicucci ha detto:

    Non so se questo genere di scritto, tanto lungo da sembrar racconto, sia poesia: se non in tutta la sua lunghezza, sulle ultime 9 righe non ho dubbi! La chiave è il titolo come spesso accade e nei flash-back che alla storia attuale fanno da fondamenta, giusto indietro, nel tempo, altri luoghi memori o no. Ma la poesia vera è lì, in quelle ultime 9 righe.

  • Valerio Pianella ha detto:

    Appartenere, essere in questo mondo/ E avvertirne il recinto / perché fuori è buio pesto. La poesia di Saya ha il sapore dolce amaro della nausea di Sartre, ha i tempi affollati di figuranti del sig Prufrock. Porta con sè sentimenti, paure e nostalgie che appartengono all’uomo storico: il poeta da sempre ne sa parlare.

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