Non cercarmi

Non cercarmi tra primule ridenti
in prati profumati di lavanda,
nel torrente odi l’eco di lamenti,
verso il delta dipinto di ghirlanda.

T’attenderò all’ombra delle viole
sarà come se tu non esistessi,
nei freddi marmi che oscurano il sole,
in viali ombrosi orlati di cipressi.

Non sono lì, ma dentro i desideri
nel fanciullo che carezzi e che tu ami,
in lacrime di gioia, nei pensieri,
nella dimora, mentre tu ricami.

Nessuna sostanza, solo energia
ricordo devastante ancor latente,
chimera, incubo, sogno, stran’alchimia,
giorno spezzato senza più presente.

Non cercarmi, vivi i tuoi sorrisi
asciugherò le lacrime di pianto,
come Flora e Ciano tra i fiordalisi,
e la ginestra che curavi tanto.

Mentre sogni sussurri i miei richiami
ti condurrò tra le remote stelle,
tra i profumi di limone che tu ami,
e sarà come aurora la tua pelle.

Critica del testo

Fantastici dodecasillabi a rima alternata da considerare perla rara, vilipesa da chi oggigiorno con invidia da de vulpe et uva bollerebbe come sorpassato questo modo di poetare, esaltata da chi ha per fortuna un concetto immutabile del lirismo che non può non sostanziarsi di ritmo, simmetria, rima ed assonanza, valori oggi, ahinoi, persi da parte della pletora di pennaioli che si piccano di fare poesia anziché rendersi conto dei loro ragli d’asino. Ed in questa veste stilisticamente pressoché perfetta, ancorché old fashioned per i parvenu di quest’arte, il poeta esplode tutto il suo dolore per un amore perduto, urlando ed indicando ad esso il sito dove trovarsi, pur non essendo mai più fisicamente corporei e presenti; un sentimento che pare vincere l’idea soffusa della morte come gnomonicamente indicato dai riferimenti alle viole, ai marmi, all’ombrosità, ai cipressi, allo svanire della essenza fisica e al mutamento in vitalità trascendente, alla memoria straziante, al troncamento del vivere e alla perdita dell’immanenza materiale. E l’accenno in clausola ad un’emigrazione in spazi siderali ultraterreni corrobora l’idea dello struggimento per un legame troncato e permanente, pur nella sua irreversibile lontananza. Un flash che avvolge malinconicamente immagini botaniche e mitologiche permeanti di nostalgica memoria tutto il componimento, perfetto nella veste esteriore come nell’essenza del narrato.

Mariano Grossi

Mariano Grossi, nato a Bari il 18.07.1955, vive ed opera a Bari. Già Ufficiale dell’Esercito, transitato di recente nella posizione di ausiliaria.

Laureato in Lettere Classiche presso la locale Università, è autore di un articolo sull’“Esordio del Mimiamo VI di Eronda” pubblicato nel 1984 sulla rivista specialistica “Rheinisches Museum für Classischen Philologie”.

Numerose le partecipazioni a concorsi letterari con poesie in lingua italiana e vernacolo, con premi in tre edizioni del Concorso Letterario Internazionale “Città di AVELLINO” (“Fede di madre”,“Impalpabile abbraccio”, “U tiimb d l cerase”).

E’ stato recensito in riviste specialistiche quali ”Imperial” e “Avanguardia” ed alcune sue poesie hanno trovato spazio nelle antologie “Fiori e Amori” e “Le Stagioni” della Casa Editrice “Barbieri” di MANDURIA (TA).

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